RUNE, alto, capelli mossi e lunghi fino al collo. Elegante e sofisticato, il suo atteggiamento è sempre signorile. È innamorato di Fedora.
Rune è il vuoto che consuma tutto ciò che tocca. Non lo incanta l’oro né lo stupisce la meraviglia: la sua indifferenza nella Wunderkammer è la prova di una mente che non riconosce valore al mondo dei vivi. I suoi occhi sono pozzi asciutti: Rune non sa piangere, non conosce il sollievo delle lacrime né la resa che esse comportano. Sotto la sua calma apparente arde una contraddizione ferale. Per lui, il confine tra amore e possesso è svanito nel momento in cui Fedora ha smesso di respirare.

Custodisce un forziere dal contenuto ignoto, un segreto pesante che non abbandona mai, finché il bisogno non si fa assoluto: è pronto a cedere quel frammento di antica armatura alle veggenti, barattandolo per il loro latte.
Non cerca una compagna, ma il simulacro perfetto. La sua ossessione è un fuoco alimentato dalle profezie delle veggenti: ha trasformato il dolore in un progetto ingegneristico e il cadavere dell’amata nell’unico oggetto degno di essere posseduto. È un uomo di logica che ha deciso di forzare le porte dell’impossibile, sostituendo il lutto con il calcolo.
Il suo veleno ha abbattuto Byron, ma non per odio: Rune non spreca emozioni. Lo ha fatto perché Byron era un ostacolo, una variabile da eliminare per completare la sua opera. È tenace, solitario e incorruttibile, perché non esiste prezzo capace di distoglierlo dal suo unico obiettivo: reclamare Fedora dal regno delle ombre, anche se non conosce il costo da pagare.
